GIUSEPPE, LA SFIDA DI DOVER ANDARE ALL´ORIGINE DELLA SUA TESTIMONIANZA

16/04/2021 - un amico

Caro direttore, concedimi di scrivere questa lettera rivolgendomi direttamente all’amico Giuseppe che ci ha appena lasciati. Carissimo Giuseppe, quello che tu sei stato dentro la mia fragile esistenza ora non manca, è ancor di più presente, con una forza che io non mi sarei immaginato. E’ la certezza che cresce di una prossimità che c’è sempre stata e che ora si fa più concreta, più vicina. E la ragione di questa evidenza che sconvolge ogni ragionamento umano è che ciò che mi hai testimoniato in questi anni è che la vita poggia su Gesù, non una idea di lui, non una immaginazione religiosa, ma Lui presente concretamente e fisicamente nei volti di tutti coloro che si lasciano prendere, conquistare da Lui. Se io volevo vivere ciò che incontravo tu mi hai sempre aiutato, perché libero da ogni schema e da ogni pregiudizio mi hai insegnato non solo a cercare il nuovo ma una volta intercettato a seguirlo con tutto di sé. La tua vita è segnata da questo fiuto del nuovo: non sei mai stato fermo a ciò che raggiungevi, sei sempre stato certo che ci fosse di più e questo di più non era frutto di un tuo sforzo, tu sapevi che la realtà te lo portava e allora ti buttavi a capofitto in ogni cosa, proprio in ogni cosa. Quelli come te così appassionati alla vita sono in Paradiso con te e starete facendo festa, non voglio distoglierti ma guarda a noi che abbiamo ancora tanto da imparare, e non delle tecniche di amore alla vita, semplicemente a vivere come voi, ascoltando il cuore. Tante sono le situazioni e i fatti che oggi vengono alla mente, ma una cosa li esprime tutti, tu sei stato un uomo che ha incontrato tutti, uno per uno, con un’attenzione unica, e la tua casa era aperta a chiunque. Sono volti che hanno impresso la tua fisionomia umana, sono sguardi che trattengono la tua indomabile umanità, sono occhi pieni di una simpatia umana che in te esplodeva. Questo che tu hai vissuto è il cristianesimo, quello che don Giussani ci ha testimoniato dando la vita a Cristo e che in te, così suo amico, io ho visto incarnato, con una sovrabbondanza che ogni volta mi affascinava. Questa capacità di incontro è la fonte viva della carità, come diceva don Giussani, “dono di sé commosso”: meglio di me tanti altri potrebbero fare l’elenco del tuo impegno caritativo, dall’Annunziata negli anni ’60 e ’70 alla famiglia come spazio di accoglienza fino a questi ultimi anni in cui ti sei dato in modo instancabile ad aiutare i bisognosi nel Portico della Solidarietà. La carità che mi hai testimoniato è quella di Cristo, non come spesso si trova, lo sforzo di essere buoni, ma il gesto con cui uno cresce nella sua umanità, la carità non come ciò che si dà ma come ciò che si riceve. È da brividi questa dimensione che tu hai sempre testimoniato, tu nella carità sei diventato sempre più te stesso. Mi hai dato tanto, che tu te ne sia andato è perché ciò che mi hai dato si compia, e questo mi è difficile, perché vorrei ripiegarmi sul fatto che mi manchi, che ora è un di meno, mentre che mi manchi è perché io possa riconoscere Chi compie ciò che tu mi hai dato. Io ti tradirei oggi se mi fermassi alla tua mancanza e non cogliessi la sfida ad andare all’origine della tua testimonianza, se non mi prendessi il tempo per riconoscere come potevi essere così umano, chi ti faceva così. Grazie di avermi lasciato questa provocazione, è il tempo della maturità come ci direbbe don Giussani, la tua salita al cielo rende urgente in me questo tempo. Grazie della tua compagnia e continua a farmela.