La medicina d’emergenza e quella specialistica sono fondamentali, ma è il rapporto prolungato tra medici di base e pazienti che fa davvero la differenza!». Lo ha scritto Arul Gawarde, medico chirurgo americano a proposito del ruolo dei medici di medicina generale e del legame insostituibile che si crea con gli assistiti. E fu proprio questa unicità che più di 40 anni fa spinse il dottor Marco Da Col, stimato professionista abbiatense in pensione dal febbraio dell’anno 2019, a scegliere la strada della Medicina Generale. «Oggi è tutto diverso - dice Da Col - e devo ammettere che in queste condizioni, tornando indietro, non credo sceglierei di fare il medico di base. In parte, ma non credo poi tanto, sono mutate le richieste nell’ambito della Medicina Generale, ma soprattutto alcune scelte operate, seguendo una ratio tutta da interpretare, hanno di fatto reso i dottori della mutua (definizione tratta dal gergo popolare alla quale sono affezionato) dei “funzionari della sanità”, sottraendo loro tempo prezioso da dedicare alla cura della persona e all’accompagnamento verso il mantenimento della stato di salute dell’assistito. Anni fa, quando appunto decisi di intraprendere questo percorso, avrei avuto la possibilità di restare in ospedale come medico ospedaliero, ma ritenevo per me più significativa la scelta professionale che permettesse una relazione continuativa con le persone, nell’ambito della tutela della salute. Sappiamo che la “cura” della persona va ben oltre l’aspetto tecnico di un intervento sanitario e che l’aspetto relazionale è di grande importanza. Servizio che ritengo prezioso in un’ottica di educazione sanitaria, di prevenzione, di accompagnamento e monitoraggio delle fragilità, azioni che dovrebbero anche molto interessare l’ambito delle politiche sanitarie e che si traducono pure in un risparmio economico per il sistema sanitario nazionale. È evidente che monitorare, in ambulatorio o a domicilio , i soggetti più fragili permette di mantenere più facilmente uno stato di salute soddisfacente e spesso anche di evitare complicanze e frequenti ricoveri. È un agire che richiede tempo, ma già da qualche anno il tempo del medico sempre più è assorbito da operazioni che lo rendono appunto un funzionario sanitario (per fare un esempio, a volte occorre mezz’ora per inserire nel programma informatico la richiesta dei presidi medici - carrozzine, materassi anti decubito e ausili vari- per chi ne avesse bisogno, per non parlare della complessità richiesta da operazioni che una volta erano semplici, come la compilazione di certificati vari o delle stesse impegnative per esami clinici) . La convenzione nazionale per la Medicina Generale ha stabilito che per contratto i medici di base debbano garantire almeno 15 ore alla settimana di ambulatorio: ebbene, parlo per me ma so che vale per tantissimi miei colleghi, non ho mai guardato l’orario e spesso si lavorava più di 10 ore al giorno (non esiste ovviamente solo attività ambulatoriale) senza recriminare nulla (sentendo da più parti il solito ritornello che i medici di base sono dei lazzaroni e non ci sono quando hai bisogno...). Di questo tempo, purtroppo, ne resta sempre meno da dedicare al lavoro che avevo scelto di fare. Poi certo, come in tutte le professioni, ci potranno anche essere medici poco coscienziosi, ma questo rappresenta un problema di come il singolo interpreta eticamente il proprio ruolo».

Sono questi i motivi per i quali oggi diventa sempre più difficile trovare medici di base?

«Certo, ma a tutto ciò si aggiungono delle politiche che negli anni hanno disincentivato l’accesso alla specializzazione di Medicina Generale, la meno retribuita in assoluto rispetto a tutte le altre specialità - commenta il dottor Da Col - il fatto poi di creare delle difficoltà di ingresso alla facoltà di Medicina e alla Specialità ha semplicemente prodotto una penuria di medici e non, come forse era nelle intenzioni, elevato la qualità dei professionisti».

La pandemia ha in qualche modo rivalutato il ruolo dei medici di base, ma quali provvedimenti dovrebbero essere adottati per far sì che possano operare in maniera più soddisfacente per loro e per i loro assistiti?

«Di proposte ce ne sono parecchie, dalle case della salute agli ospedali di comunità, ma attenzione - ammonisce il dottore - la vera Medicina territoriale non può prescindere, come dicevo, dal rapporto continuativo medico-paziente, e dalla presenza capillare sul territorio. Se noi chiamiamo casa della salute una struttura che potrebbe diventare, questo è il rischio che vedo, solo una specie di poliambulatorio decentrato rispetto all’ospedale, non abbiamo fatto molto per andare incontro all’assistito, ma semplicemente ci siamo limitati a spostare un problema (ad esempio quello dell’accesso improprio al Pronto Soccorso) da un luogo ad un altro. Se invece aiutassimo il medico a lavorare meglio (quella del contributo erogato per assumere un’infermiera che affianchi il medico per l’attività ambulatoriale e anche per il monitoraggio domiciliare era una buona soluzione e potrebbe essere implementata) e in una efficace collaborazione coi colleghi del territorio, risulteremmo più capillari e quindi più incisivi. Osservo poi che un grande problema odierno, lo dico da medico che negli ultimi anni ha vissuto con frustrazione questa condizione, è quello di non poter più accompagnare i pazienti in un percorso di cura che in tempi ragionevoli possa risolvere i loro disagi legati alla salute. Se prescrivo una visita specialistica o un esame clinico di cui ritengo abbia bisogno un mio assistito, non possono passare mesi prima che vengano effettuati (in qualche modo vengono salvaguardate le urgenze, ma esistono molte situazioni di reale importanza anche se non “urgenti”). E ancora, una volta che la persona in questione è approdata dallo specialista, questo dovrebbe poter prendere in carico il problema per una risoluzione in tempi che rispettino le esigenze richieste da quel caso. Certo non dipende dallo specialista, ma, secondo me, dal fatto che non esiste una valida organizzazione di efficaci “percorsi clinici“. Si tratta di meccanismi complessi, ma certamente ben noti a chi, suo malgrado, si trova a dover tribolare per questioni di salute. Situazioni che, ahimè, non sono però altrettanto chiare a chi è chiamato a dover decidere in materia di politiche sanitarie. Solo quindi se si rimetterà veramente, e non a parole, al centro la figura del medico di famiglia (il che non significa aggiungere al suo carico di lavoro responsabilità e incombenze burocratiche, semmai alleggerire questi due aspetti) si potrà tornare a dare delle risposte concrete ai bisogni della popolazione».