Prima delle vacanze natalizie era stato comunicato agli studenti delle scuole superiori che il 7 gennaio sarebbero potuti ritornare tra i banchi; poi la ripresa delle attività in presenza è slittata all’11 e infine, solo il 7 gennaio (!) il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana (in compagnia di altri colleghi governatori) ha annunciato che non sarà possibile ritornare in classe prima del 25 gennaio (data che a questo punto sembra ancor più fittizia).

Una notizia per certi aspetti anche prevedibile, ma che lascia comunque l’amaro in bocca agli studenti, alle famiglie, ai docenti e ai presidi che avevano creduto possibile una ripresa, seppur parziale, della didattica in presenza. Sulla questione, oggetto di accesi dibattiti anche a livello nazionale, abbiamo interpellato i dirigenti dei due istituti superiori abbiatensi, il “Bachelet” e l’”Alessandrini”, per capire innanzitutto qual è il loro stato d’animo e quali sono le prospettive. «Ci sentiamo come persone che hanno lavorato con assiduità dalla anche della protezione civile.

Noi quindi eravamo pronti, di fatto però lunedì 11 non c’è stato alcun rientro e anche rispetto alla data del 25 gennaio nutro forti dubbi». Se infatti l’aumento dei contagi con il conseguente innalzamento dell’indice di trasmissibilità ha determinato la scelta di non far tornare a scuola i ragazzi delle superiori, diventa difficile pensare che al 25 gennaio il quadro generale circa l’andamento dell’epidemia possa essere migliore, anzi.

«A questo punto però occorre essere chiari e prendere una decisione - incalza il dirigente del “Bachelet” - non si può impostare nulla se si continua a procedere per rinvii, tra l’altro comunicati con una tempistica assurda (sempre due/tre giorni prima della fatidica data). Serve che la politica abbia il coraggio delle proprie azioni e che si facciano delle scelte basate su criteri di oggettività. Non è mai stato redatto uno studio puntuale sulla relazione tra l’apertura delle a rischio, al fine di vaccinarli tra i primi!».

Boselli rassicura che fino a nuovo ordine la scuola proseguirà con le lezioni in streaming, cercando in ogni modo di non lasciare indietro nessuno, anche se in questo contesto non è facile. «Mi preoccupa molto l’aspetto dei giudizi - confessa il preside - se infatti l’anno scorso la Dad era stata una scelta di emergenza e tutti sapevano che sarebbe stato impossibile bocciare, quest’anno come possiamo pensare di adempiere a tutte le richieste di valutazione basandoci solo ed esclusivamente sulla didattica digitale? Chi se la sente di rimandare un ragazzo che magari sta davvero attraversando un brutto periodo a causa della pandemia, e viceversa come si fa a promuovere uno studente che approfittando della distanza può aver trovato uno stratagemma per copiare senza aver acquisito delle conoscenze? Questi temi ci pongono di fronte ad un vuoto normativo che necessita di essere colmato con urgenza.

Da ultimo trovo che ci sia fin troppa enfasi rispetto alla questione della mancata socialità tra i ragazzi; la socialità c’è, e infatti vedo ragazzi una certa fatica da parte di tutta la comunità scolastica. Il pericolo più grande - al di là dei programmi didattici e delle lezioni - si chiama apatia.

Vedo tanti studenti che stanno subendo passivamente questa situazione, un disinteresse che pian piano intacca ogni ambito e che può avere un peso non indifferente nello sviluppo di un adolescente. Lungi da me il voler creare un antagonismo tra la scelta di tenere aperti determinati settori (mi riferisco in primis al mese di dicembre quando per tre settimane siamo stati dichiarati zona gialla) e la preoccupazione di salvare la scuola, ma gli effetti di quelle decisioni sono sotto gli occhi di tutti e a pagare, ancora una vola, sono proprio i ragazzi. L’appello che vorrei rivolgere alle istituzioni è quello di prendere seriamente a cure il futuro delle nuove generazioni, spiegando loro, laddove necessario, la ragione che rende inevitabile adottare determinati provvedimenti, ma attraverso un vero coinvolgimento e non partendo dal presupposto che la scuola sia un interruttore da accendere o spegnare a piacimento»